di Alessandro “Sas” Martelli – Inviato a Budapest
BUDAPEST – Ci sono città che, alla vigilia di un’elezione, trattengono il respiro. Budapest no. Budapest trattiene qualcosa di più complesso: un’ansia sospesa tra la speranza e la paura.
Sono arrivato ieri sera, diretto da Praga, con il portatile ancora pieno di appunti sullo scandalo scommesse che ha scosso il calcio ceco. Ma l’aria è cambiata appena sceso dal treno. Alla Keleti pályaudvar, la grande stazione ferroviaria, i manifesti elettorali sono ovunque. I volti di Viktor Orbán e Péter Magyar si guardano da cartelloni opposti, come due pugili che si studiano prima del match.
Tra dieci giorni, il 12 aprile, l’Ungheria vota. E per la prima volta dal 2010, il “tank” Orbán non è più il favorito. Anzi. I prediction markets – quelli che seguo e analizzo da anni – danno il suo sfidante nettamente avanti.
Ma la politica non si fa solo con i numeri. Si fa con la paura, con la rabbia, con la speranza. Per questo sono qui. Per sentire cosa pensa la gente. Per capire se il mercato ha ragione.
Prima di immergermi nelle strade di Budapest, faccio quello che so fare meglio: apro i terminali.
I dati sono chiari. Su Polymarket e Kalshi, le due piattaforme leader nei prediction markets, Péter Magyar, leader del partito Tisza (TISZA), viaggia con una probabilità implicita del 63% di diventare il prossimo primo ministro. Orbán si ferma al 36,8%.
La differenza è abissale. E non è solo un’opinione: è il mercato che parla, con i soldi veri di chi scommette.
Anche sul fronte parlamentare, i dati confermano il trend. Il partito Tisza è dato al 58% tra gli elettori decisi, contro il 35% di Fidesz. Un vantaggio di 23 punti percentuali. Numeri che, se confermati alle urne, rappresenterebbero un terremoto politico senza precedenti.
Ma c’è un dettaglio che i mercati stanno prezzando con cautela: il sistema elettorale ungherese non è proporzionale puro. Anzi, è disegnato su misura per chi vince nei collegi. E in provincia, Fidesz è ancora un muro.
Lo spread del 2,5% tra le piattaforme – leggo dai dati di Prediction Hunt – segnala che c’è ancora incertezza. Il mercato non è unanime. E quando il mercato non è unanime, vuol dire che il risultato è ancora aperto.
Ma i numeri, da soli, non raccontano la storia. Per questo ho passato la giornata di oggi a camminare per Budapest. Dal Parlamento, affacciato sul Danubio, fino a Hősök tere, la Piazza degli Eroi dove due settimane fa Magyar ha radunato decine di migliaia di persone.
L’atmosfera è elettrica. I magiari sono un popolo orgoglioso, abituato a resistere. E oggi, dopo tre anni di stagnazione economica e un’inflazione che ha divorato i risparmi, la pazienza si sta esaurendo.
Ho incontrato Eva Batta in un piccolo supermercato alla periferia di Pest. 71 anni, pensionata, ha appena fatto la spesa. Le chiedo per chi voterà.
“Sono molto preoccupata. Non so quale sia il meno peggio... ci devo pensare ancora”, mi dice, con il volto segnato dalla stanchezza.
Eva ha votato Fidesz per anni. Ma ora sente che l’economia è peggiorata. Dopo un intervento chirurgico, non può più lavorare per integrare la pensione. E ha paura della guerra.
“Non voglio che i miei nipoti vadano al fronte”, aggiunge.
La paura della guerra è il tema centrale della campagna di Orbán. Il premier ripete ossessivamente che il voto è una scelta tra “pace e guerra”, accusando Magyar e l’Unione Europea di voler trascinare l’Ungheria nel conflitto in Ucraina. Accuse che l’opposizione respinge, definendole ridicola “propaganda”.
Ma il messaggio di Orbán funziona ancora. Ho incontrato Zsolt Szarnya mentre prelevava soldi al bancomat del villaggio di Pusztavacs, un’ora a sud della capitale. 48 anni, pompiere, presta servizio nell’esercito.
“Orbán non toglie, dà”, mi dice con convinzione.
Sottolinea i programmi di sostegno alle famiglie e i lavori di ristrutturazione che hanno portato il primo bancomat nel suo villaggio.
Ma accanto a lui, in coda, c’è Laszlo Budavari. 69 anni, pensionato. Mi guarda e dice:
“Voterò Tisza. Magyar vuole fare le cose diversamente in questo paese corrotto.”
Poi si arrabbia:
“Le mie tre figlie dicono che se Orbán vince ancora, emigrano. Viktor, mi lasciano qui solo. Avete davvero rovinato tutto”.
Questo è il punto. Budapest è una città che respira opposizione. Lo si vede dalle scritte sui muri, dai ragazzi che vendono magliette di Tisza nei mercatini, dai discorsi nei caffè del quartiere ebraico.
Ma l’Ungheria non è Budapest. La vera sfida si gioca nelle campagne, nei piccoli centri, nelle contee rurali dove Fidesz ha costruito negli anni una macchina del consenso capillare.
Il sistema elettorale, poi, è disegnato per premiare il partito più forte sul territorio. Dei 199 seggi del Parlamento ungherese, 106 sono assegnati in collegi uninominali con formula maggioritaria secca. Chi vince nel collegio prende il seggio. E i restanti 93 vengono distribuiti con liste nazionali in un sistema proporzionale corretto da un meccanismo compensativo che tende ad amplificare il risultato del partito più votato.
Nel 2022, Fidesz ottenne il 54,13% dei voti di lista e conquistò 135 seggi su 199, mantenendo la maggioranza dei due terzi. L’opposizione, pur forte nella capitale, fu travolta nel resto del paese.
Uno studio del centro polacco OSW stima che quest’anno Tisza avrebbe bisogno di un vantaggio nazionale di almeno 3 punti percentuali per assicurarsi una maggioranza parlamentare, mentre Fidesz potrebbe restare maggioritario anche con un risultato vicino alla parità, o perfino leggermente inferiore.
In altre parole: i prediction markets danno Magyar al 63%, ma il campo di gioco non è livellato. Il sistema favorisce Orbán. E la provincia, ancora oggi, è il suo baluardo.
Se c’è un tema che domina la campagna elettorale, è il conflitto in Ucraina. E su questo, Orbán gioca la partita più rischiosa.
Proprio ieri, mentre io ero in treno da Praga, Orbán ha ribadito a Bruxelles che continuerà a bloccare il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina e il nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia. La sua condizione? La ripresa delle forniture di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, interrotte a gennaio per danni causati da attacchi di droni.
“Non è politica, è una questione esistenziale per l’Ungheria”, ha detto Orbán ai leader europei riuniti in summit.
Ma la questione va oltre. Orbán ha costruito la sua campagna su una narrazione precisa: lui è l’unico garante della pace, l’unico leader europeo che tiene l’Ungheria fuori dalla guerra. I suoi avversari, al contrario, sono burattini di Bruxelles e di Kiev, pronti a mandare i giovani ungheresi al fronte.
Il problema è che questa narrazione si scontra con i fatti. L’Ungheria è nella NATO. L’Ungheria confina con l’Ucraina. E la guerra è a un passo. La paura è reale, ed è per questo che il messaggio di Orbán continua a funzionare.
Ma c’è un’altra verità, più scomoda. Il governo ungherese ha firmato un contratto di fornitura di gas russo fino al 2035 in condizioni che gli esperti definiscono “estremamente irresponsabili”. Le clausole di uscita non sono note. E questo legame con Mosca, denunciato dall’opposizione, pesa come un macigno.
Dániel Bartha, direttore del think tank Center for Euro-Atlantic Integration and Democracy, mi ha detto in un’intervista che ho recuperato prima di partire:
“La propaganda e la realtà sono due cose molto diverse. L’Ucraina non intende attaccare l’Ungheria, ma il governo ha bisogno di un nemico. Spaventare con la guerra è una tattica ben nota”.
Chi è Péter Magyar, l’uomo che i prediction markets danno favorito?
Magyar è un ex insider del sistema Orbán. Ha lavorato al ministero degli Esteri e all’ufficio del primo ministro. Conosce i meccanismi del potere perché ci è stato dentro.
Poi la rottura. Nel 2024 ha lanciato il partito Tisza, che in pochi mesi è diventato la principale forza di opposizione. Il suo messaggio è una destra europeista e anti-corruzione: promette di sbloccare i fondi europei congelati, investire in sanità e istruzione, e riallineare Budapest a Unione Europea e NATO.
Ma su un tema, Magyar è cauto: l’Ucraina. Ha dichiarato di opporsi a qualsiasi accelerazione del processo di adesione di Kiev all’UE e ha promesso che la questione sarà sottoposta a referendum vincolante se Tisza vincerà le elezioni.
Una posizione prudente, che cerca di non spaventare l’elettorato più conservatore. E che dimostra quanto il fantasma della guerra sia presente anche nel campo dell’opposizione.
Prima di chiudere, devo raccontare un ultimo dettaglio. L’Odihr, l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani dell’OSCE, ha dispiegato una missione di osservazione per il voto del 12 aprile.
Nella sua valutazione preliminare, ha espresso preoccupazione per:
Sono rilievi che si aggiungono al giudizio molto severo formulato dall’OSCE dopo il voto del 2022, quando le elezioni furono definite ben amministrate sul piano tecnico ma segnate dall’assenza di un vero “level playing field”, cioè di condizioni reali di parità.
Negli ultimi giorni, la libertà di stampa è tornata sotto i riflettori dopo l’allontanamento forzato di due giornalisti di Telex da un evento elettorale legato a Fidesz.
E poi c’è la Russia. Secondo quanto rivelato da alcuni media investigativi, Mosca avrebbe inviato un gruppo di strateghi politici a Budapest, operanti dall’ambasciata russa, per condurre una campagna di disinformazione e interferire nelle elezioni. Un esperto ungherese, Dániel Bartha, ha dichiarato:
“Non ho illusioni: Mosca tenterà di indebolire le forze filo-occidentali”.
Ora sono in un caffè di Pest, a pochi passi dal Parlamento. Fuori, il Danubio scorre lento. I ponti sono illuminati. Budapest è bella, anche nella tensione.
Tra dieci giorni si vota. I prediction markets danno Magyar al 63%. Ma il sistema elettorale favorisce Fidesz. La provincia è ancora un baluardo. La paura della guerra è una carta che Orbán gioca con abilità.
Chi vincerà? Il mercato dice Magyar. La strada, oggi, mi dice che la partita è ancora aperta.
Una cosa è certa: il 12 aprile l’Ungheria sceglie non solo il suo futuro, ma il futuro dell’Europa. Se vince Orbán, si consolida il modello della “democrazia illiberale” e il ruolo di Budapest come fattore di veto dentro l’Unione. Se vince Magyar, si apre una fase nuova, ma non semplice: dopo 16 anni di dominio incontrastato, le istituzioni, le regole e i centri di potere sono plasmati a immagine di Fidesz.
Tornerò qui per il voto. E continuerò a seguire i prediction markets, che in queste ore stanno registrando un piccolo movimento: la forbice tra Magyar e Orbán si è ridotta dello 0,7% nelle ultime 48 ore. Poco. Forse nulla. O forse il primo segnale che la partita si sta riaprendo.
Il mercato non sbaglia mai, dico sempre. Ma a volte il mercato ha bisogno di essere letto con pazienza. E a Budapest, la pazienza è la virtù di chi ha imparato ad aspettare.
“Nel mondo dei prediction markets, il mercato non sbaglia mai. Sbaglia chi non sa leggerlo.”
Tra dieci giorni, lo scopriremo.
Alessandro “Sas” Martelli è esperto di prediction markets e analisi delle quote. Inviato a Praga per lo scandalo scommesse sul calcio ceco, si trova ora a Budapest per raccontare le elezioni ungheresi del 12 aprile.
Sas Martelli resterà a Budapest fino al voto. Nei prossimi articoli:
Seguite gli aggiornamenti.

Scommetti responsabilmente, il gioco si chiama così per una ragione!
Ricorda: il gioco è vietato ai minori di 18 anni.
Investimenti365 e Gianpiero Micheli caldeggiano un’idea di gioco responsabile: usa la testa e sii consapevole delle tue scelte.
Investimenti365 e Gianpiero Micheli non promuovono, in alcun modo, il gioco d’azzardo, e non alimentano la diffusa convinzione che ci si possa arricchire con gli investimenti sportivi.
Le analisi ed i suggerimenti presenti su questa piattaforma sono frutto di opinioni e riflessioni personali. I case studies proposti sono scelti a discrezione dell’autore del sito.
Ragiona e sii prudente, sempre.
Mantieni lucidità, gestione emotiva e focus con queste strategie:
Per maggiori info, consulta gioca responsabile (https://www.gioca-responsabile.it/)"
Il gioco è vietato ai minori e può causare dipendenza psicologica.
Puoi giocare solo se maggiorenne. Il gioco può causare dipendenza patologica.
