di Alessandro "Sas" Martelli – Inviato a Praga, Stadio Fortuna

L'inviato speciale, Alessandro "Sas" Martelli
PRAGA – Sono le 23:15 di giovedì 26 marzo 2026. Lo Stadio Fortuna trema.
Sotto di me, 18.742 persone sono in piedi, tutte insieme, che urlano. Hanno appena visto Jan Kliment calciare il quinto e decisivo rigore della sequenza. Il portiere irlandese Caoimhín Kelleher si è tuffato alla sua sinistra. Kliment ha spiazzato tutti, palla all’incrocio opposto. 5-4 dal dischetto. Partita finita.
La Repubblica Ceca aveva vinto 4-3 dopo i tempi supplementari, in una partita che sembrava segnata nei primi venti minuti. Aveva rimontato. Aveva creduto. Aveva sofferto. E ora era in finale di spareggio per i Mondiali 2026.
Ma non ero qui solo per il calcio. Ero qui perché questa partita, questa rimonta, questa notte, portava sulle spalle il peso di tutto ciò che era successo tre giorni prima. Quando la polizia aveva bussato alle porte di 32 persone. Quando il calcio ceco aveva scoperto di avere un tumore dentro di sé.
Questa è la storia di una nazione che ha scelto di non arrendersi. Né in campo, né fuori.
Sono arrivato allo Stadio Fortuna tre ore prima del fischio d’inizio. Volevo sentire l’aria. E l’aria era strana.
Fuori dallo stadio, i tifosi cechi si radunavano come sempre. Birra, bandiere, canti. Ma c’era qualcosa di diverso. Un’energia trattenuta. Una rabbia che non era diretta all’avversario di turno (l’Irlanda, rispettata ma non temuta), ma a qualcosa di più grande.
Ho fermato Pavel Novotný, 52 anni, tifoso dello Slavia Praga da sempre, la sciarpa avvolta al collo nonostante i 12 gradi della sera praghese.
“Pavel, come si fa a pensare alla partita dopo quello che è successo?”
“Guardi, signor Martelli, io sono arrabbiato. Ma non con la squadra. Sono arrabbiato con quelli che hanno sporcato il nostro calcio. E sai cosa? Stasera vogliamo dimostrare che il calcio ceco non è loro. È nostro.”
Pavel non è un analista di prediction markets. Non sa cosa sia uno spread o un market depth. Ma ha capito perfettamente la posta in gioco. La partita di stasera non era solo per un posto nella finale spareggio dei Mondiali. Era per dimostrare che il calcio ceco poteva ancora essere pulito, vero, autentico.
Più tardi, dentro lo stadio, ho visto migliaia di cartelli scritti a mano dai tifosi. I più ricorrenti: “Fotbal je náš” (Il calcio è nostro) e “Nikdy se nevzdáme” (Non ci arrenderemo mai).
Profetico.
La partita inizia alle 20:45. Il ct ceco Miroslav Koubek ha schierato la squadra migliore che ha a disposizione. Patrik Schick, il simbolo, guida l’attacco. Tomáš Souček, il metronomo, regge il centrocampo. Lo stadio è pieno, il boato dell’inno è assordante.
Poi, il gelo.
Al 19’, l’Irlanda conquista un rigore. Troy Parrott si presenta dal dischetto, spiazza il portiere Matěj Kovář e segna. 0-1. Lo stadio trattiene il respiro.
Due minuti dopo, al 21’, nuovo colpo. Un atterramento in area, secondo rigore per l’Irlanda. Stavolta però l’arbitro, dopo aver indicato il dischetto, viene richiamato al VAR. Il contatto era dubbio. Il rigore viene revocato. Lo stadio esplode, è un boato di sollievo.
Ma il sollievo dura poco.
Al 23’, Taylor viene atterrato. Calcio di punizione per l’Irlanda. Sulla battuta, la palla vagabonda in area e finisce incredibilmente nella propria porta: è Matěj Kovář a deviarla involontariamente. Autogol. 0-2. Lo Stadio Fortuna è un mausoleo.
Al 25’, altra ammonizione per l’Irlanda, Manning trattenuta. Ma ormai il danno è fatto. I primi venti minuti hanno consegnato la partita all’Irlanda.
Ma questa squadra, che ha passato tre giorni a guardarsi dentro dopo lo scandalo, non è pronta a mollare.
Al 27’, la scintilla. Ancora un rigore, questa volta per la Repubblica Ceca. Dal dischetto si presenta Patrik Schick. Freddo, glaciale. Palla all’incrocio. 1-2. Lo stadio ritrova la voce. Non è ancora la rimonta, ma è la prova che il cuore batte ancora.
Il primo tempo si chiude sull’1-2. La partita è ancora aperta.
La ripresa inizia con due cambi che cambieranno il volto della partita. Escono Souček e Holeš, entrano Chaloupek e Darida. Il ct Koubek cerca freschezza e qualità in mezzo al campo.
La Repubblica Ceca spinge. Il ct ceco brucia tutti i cambi. Vuole la partita.
All’86’, arriva il momento. Ladislav Krejčí, il difensore che non molla mai, raccoglie un assist di Sadílek e insacca. 2-2. Lo Stadio Fortuna esplode. Siamo sul 2-2 a tempo scaduto.
Al 90+1’, ultimo brivido: Hranáč atterrato in area, ma l’arbitro lascia correre. Non c’è tempo. Si va ai tempi supplementari.
I supplementari iniziano con un ritmo più basso. Le gambe pesano, ma la voglia di vincere è più forte.
Al 96’, l’Irlanda cambia: fuori Idah, dentro Ogbene. Poi Dunne per Coleman. Cercano di mantenere la solidità difensiva.
La Repubblica Ceca attacca ma non riesce a sfondare. Al 103’, entra Kliment per Sulc. Un ultimo cambio per cercare il gol che manca.
Al 115’, l’Irlanda si rivede. Szmodics entra per Molumby poi Vale rileva lo stesso Szmodics infortunato. Ma il gol non arriva.
I 120 minuti si chiudono sul 2-2. Si va ai rigori.
A questo punto, da analista di prediction markets, faccio un conto mentale. Una partita di playoff, dopo un inizio da incubo, dopo un autogol, dopo una rimonta. Le quote sarebbero state in equilibrio perfetto. Nessun algoritmo avrebbe potuto prevedere quello che stavo per vedere.
Ecco la sequenza esatta. L’ho scritta minuto per minuto, rigo per rigo, mentre accadeva.
Lo Stadio Fortuna esplode. I giocatori cechi si accasciano in area di rigore, poi si rialzano, corrono verso Kovář, il portiere che ha parato due rigori decisivi. Lui li abbraccia uno a uno.
Tomáš Souček, il capitano che aveva segnato il suo rigore ma aveva visto il suo compagno sbagliare, piange come un bambino. È finita. La Repubblica Ceca è in finale spareggio.
Nella zona mista, dopo la partita, sono riuscito a scambiare due parole con il ct Miroslav Koubek.
“Commissario, ha pensato allo scandalo durante la partita?”
“Minchia, Alessandro, quando eravamo sotto 0-2 dopo venti minuti, ho guardato i miei ragazzi negli occhi. E ho visto che avevano paura. Non dell’Irlanda. Avevano paura di deludere il paese in un momento così difficile. Ho detto loro una cosa sola: ‘Giocate per voi. Giocate per chi vi sta guardando. E dimostrate che questo calcio è ancora vostro.’”
Non ho potuto fare a meno di pensare al cartello che avevo visto prima della partita: “Il calcio è nostro”. I ragazzi in campo lo avevano letto. E ci avevano creduto.
Dopo l’articolo di ieri sull’inchiesta, molti mi hanno chiesto: “Sas, ma questa partita era pulita?”
La risposta, per quello che possiamo sapere oggi, è sì. La UEFA e la Federcalcio ceca hanno confermato che non ci sono elementi di sospetto sulla partita di stasera. E i dati dei flussi di scommesse, che ho avuto modo di visionare attraverso fonti vicine agli investigatori, non mostravano anomalie significative.
Ma c’è una lezione più profonda, per chi come me segue i prediction markets.
Questa partita insegna che il mercato non prezza tutto. Non può prezzare l’anima. Non può prezzare l’orgoglio ferito di una nazione che ha visto il suo calcio sporcato e ha deciso di riprenderselo.
I modelli statistici, le AI, gli algoritmi di Vergence AI di cui ho scritto nelle scorse settimane: sono strumenti potentissimi. Ma non sostituiranno mai quella variabile impazzita che si chiama cuore.
Quando Kovář ha parato il rigore di Azaz al quarto turno, non stava seguendo un modello predittivo. Stava scrivendo una storia che nessun algoritmo avrebbe potuto prevedere. Quando Kliment ha calciato il quinto rigore con la freddezza di un veterano, non stava eseguendo un piano tattico. Stava gridando al mondo che il calcio ceco esiste ancora.
Ora sono nella mia camera d’albergo a Praga. Fuori, le auto strombazzano. I tifosi cantano per le strade. È quasi l’una di notte e la città non dorme.
Domani mattina tornerò a seguire l’inchiesta. I nomi degli altri indagati potrebbero emergere. Il numero dei club coinvolti potrebbe crescere. La procura di Olomouc non ha finito il suo lavoro.
Ma stasera, per una notte, la Repubblica Ceca ha scelto di dimenticare lo scandalo. Ha scelto di abbracciare i suoi eroi. Ha scelto di credere che il calcio possa ancora essere pulito, bello, autentico.
Tra due settimane, la finale spareggio. Avversario da definire. Un posto ai Mondiali 2026 in palio.
La strada è ancora lunga. Ma dopo una notte come questa, tutto è possibile.
“Nel mondo dei prediction markets, il mercato non sbaglia mai. Sbaglia chi non sa leggerlo.”
Stasera, il mercato diceva che la Repubblica Ceca era fuori dopo venti minuti. Lo Stadio Fortuna ha letto qualcosa di diverso. Ha letto l’anima di una nazione che non si arrende.
E alla fine, ha vinto lei.
Alessandro "Sas" Martelli è esperto di prediction markets e analisi delle quote. Inviato a Praga per seguire lo scandalo scommesse che ha scosso il calcio ceco, ha raccontato la storica rimonta della nazionale ceca contro l’Irlanda allo Stadio Fortuna.
Sas Martelli resterà a Praga nei prossimi giorni per seguire gli sviluppi dell’inchiesta. Nei prossimi articoli:
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